ABBIATEGRASSO – Martedì 9 il Rotary Club Abbiategrasso ha incontrato il dott. Mario Mazza che, dopo aver frequentato il liceo Bachelet, si è laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Psichiatria e Psicoterapia, sta ultimando il dottorato di ricerca in neuroscienze presso l’unità di Psichiatria e Psicobiologia Clinica dell’Ospedale San Raffaele. Svolge attività di ricerca nell’ambito della psichiatria biologica, finalizzata a esplorare, identificare e comprendere i meccanismi infiammatori e immunitari alla base dei disturbi dell’umore. Negli ultimi 2 anni la ricerca del suo team, diretto dal Prof. Francesco Benedetti, si è focalizzata sullo studio delle sequele psichiatriche e neurocognitive del Covid-19. In questo campo è autore di decine di pubblicazioni scientifiche sulle più prestigiose riviste internazionali. Dal 15 marzo 2020 l’Ospedale San Raffaele, in piena pandemia, ha dovuto concentrare l’attività clinica in assistenza Covid, dal Pronto Soccorso ai reparti. All’attività clinica si è fin da subito affiancata una massiccia ricerca scientifica incentrata, oltre che sulle sequele fisiche, anche sull’impatto del Covid sulla salute mentale e in particolare sulle sue conseguenze psichiatriche e cognitive. Tutti i pazienti ricoverati per polmonite da Covid sono stati seguiti a distanza di 1, 3, 6 mesi anche dopo le dimissioni. Sono stati monitorati con colloqui psichiatrici per valutare sintomi quali depressione, ansia, aspetti traumatici e insonnia, ma anche sintomi cognitivi come l’attenzione e la memoria. I pazienti valutati sono ca.700 e i risultati di un primo studio, pubblicato a fine luglio 2020, hanno mostrato tracce evidenti di sintomatologia psichiatrica, soprattutto dello spettro ansioso-depressivo nei sopravvissuti al Covid a circa un mese dalla dimissione. Ad un mese dalla guarigione, infatti, circa il 55% dei pazienti presentavano qualche sintomo psichico, risultavano più a rischio le donne e i pazienti con una pregressa storia psichiatrica. Già questi primi dati hanno avuto una grande rilevanza e risonanza in campo scientifico e mediatico, essendo stato questo il primo studio ad analizzare le ripercussioni sulla salute mentale del Covid. Tra un’ampia gamma di variabili cliniche e psicopatologiche analizzate, questo studio evidenziava come l’infiammazione sistemica (che interessa l’intero organismo) associata al Covid, misurata da semplici conte leucocitarie disponibili dall’emocromo, fosse il principale fattore in grado di spiegare la successiva comparsa di depressione. Maggiore era l’infiammazione durante la fase acuta di Covid, maggiore era il rischio di presentare depressione a un mese di distanza. Questo dato conferma quella che ormai è una conoscenza ampiamente condivisa nel campo delle neuroscienze ossia che la depressione ha una base fisica e l’infiammazione gioca un ruolo rilevante. L’associazione tra infiammazione e depressione post-Covid veniva poi confermata da un secondo studio, in cui si confrontava il rischio di sviluppare depressione tra i pazienti che venivano trattati con terapie standard e quelli che venivano trattati con forti antinfiammatori ossia i farmaci bloccanti delle citochine anakinra e tocilizumab. Ebbene, in quelli trattati con questi importanti antinfiammatori,il rischio di sviluppare depressione è risultato minore.Un terzo studio ha indagato la situazione a distanza di 3 mesi dalla dimissione, trovando che circa il 30% dei pazienti presentava ancora depressione e ansia e in più circa il 50% presentava deficit delle funzioni cognitive, con maggiore sovraccarico nella coordinazione psicomotoria, nella pianificazione e organizzazione. Anche in questo caso un’elevata infiammazione sistemica durante il Covid complicava la situazione: infatti ad una maggiore infiammazione associavano maggiori sintomi neurocognitivi. Andando a studiare l’associazione tra depressione e difficoltà cognitive, emergeva come la sintomatologia depressiva fosse in grado di predire il successivo scadimento cognitivo. Allo stesso modo la depressione è il principale predittore della “Fatigue syndrome” ossia quella stanchezza cronica che ad oggi è forse il principale sintomo del Long-Covid presente in più del 30% dei sopravvissuti al virus. La fatigue pare infatti essere di natura più psicopatologica che organica. Da tutti i dati emersi appare dunque centrale il ruolo della sintomatologia depressiva post-Covid, sostenuta dalla massiccia risposta infiammatoria legata all’infezione da Sars-Cov-2, oltre che dai noti fattori stressanti tipici della pandemia, come isolamento, paura, visione incerta del futuro, ripercussioni economiche. La depressione post Covid assai prevalente, colpendo circa il 30% dei sopravvissuti a 1, 3 e 6 mesi, come sottolineato, interferisce in un circolo vizioso con i sintomi neurocognitivi e con la fatigue syndrome andando inevitabilmente a intaccare la qualità della vita. Se fatico a concentrarmi, se non mi sento più performante come prima, grande è il disagio. La risposta farmacologica nella depressione post Covid, nei pazienti trattati con antidepressivi classici, con basso rischio di effetti collaterali, è stata al 90% soddisfacente, non a caso gli antidepressivi sono degli antinfiammatori. Anche l’affaticamento migliora con farmaci antidepressivi. I farmaci risultano invece meno efficaci sulla memoria e altri problemi cognitivi, che migliorano più lentamente. Per questi pazienti si è predisposto un trattamento di potenziamento neuro-cognitivo con esercizi ad hoc che vanno a sollecitare le funzioni deficitarie. Uno studio davvero prezioso quello avviato dall’Ospedale San Raffaele, che il giovane e valente dott. Mazza, nonostante la complessità scientifica di dati, schemi, diagrammi, è riuscito a comunicare e a far comprendere, a partire dall’ancora poco diffusa concezione della depressione come malattia con una forte base biologica innescata e sostenuta dall’infiammazione. Teoria ormai alla base della concezione odierna dell’immunopsichiatria.  E.G.

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