ABBIATEGRASSO – In un momento particolarmente buio, in cui regnano incertezza e preoccupazioni per il futuro, in cui anche per questo aumentano aggressività e intolleranza, un momento in cui ogni giorno la cronaca dà conto di episodi negativi e cruenti, sono più che mai preziose le testimonianze di vita di persone positive, motivate, attente agli altri, appassionate della vita.

Le due belle storie che intendo raccontare riguardano due persone appunto… belle, che comunicano qualcosa di positivo per sé e per gli altri.

La storia di Ariem, un ragazzo nigeriano

Il primo è Arie (se ho capito bene), un ragazzo originario della Nigeria che si incontra per strada mentre sta pulendo. L’incontro in via Serafino dell’Uomo dove, con una scopa, raduna le foglie, mozziconi, ogni rifiuto che trova, non tralasciando nulla.

Poco lontano un barattolo e un cartello appoggiato a un albero su cui è scritto: “Gentili signori desidero integrarmi onestamente nella vostra città senza chiedere l’elemosina. Oggi terrò pulita la vostra strada, in cambio spero di ricevere 0,50 centesimi. Grazie”.

Nel barattolo ci sono alcune monete a testimoniare che il suo appello e il suo lavoro vengono apprezzati. Perché il lavoro è dignità, perché dimostra di voler rendersi utile, di volersi guadagnare quello che gli serve per vivere.

La storia di Piera, “la signorina dell’oratorio”

La seconda bella storia è il resoconto di un’esperienza, di una persona conosciuta negli anni ’60 come “la signorina dell’oratorio” e che tale è rimasta. A 76 anni conserva infatti lo stesso entusiasmo, fede, amore per il suo prossimo.

Si spende, ora come allora, nel volontariato. Dove c’è bisogno, Piera c’è. Mi ha fermata per raccontarmi, con gli occhi che le brillavano, quanto segue: “Il Signore mi vuole bene, mi ha dato un’ennesima opportunità. Sa cosa vuole da me e, anche se a volte cerco di fare resistenza, poi accetto la sfida e…mi porta ad essere felice. Come per l’esperienza appena vissuta, che non mi aspettavo quando ho dato la mia disponibilità a mezzogiorno, all’oratorio feriale di San Pietro che ha accolto ragazzi dai 7 anni in poi. Per 3 settimane a mezzogiorno aspettavo che i ragazzi, ciascuno con il suo vassoio, passasse, per chiedergli se desiderava il formaggio sulla pasta. Ho capito cos’è il ‘linguaggio visivo’ perché per lo più rispondevano con gli occhi o scuotendo la testa o annuendo. Chi ne voleva di più, continuava ad annuire.

Era una comunicazione empatica, mai indifferente. L’ho capito ancora meglio durante la settimana in cui l’oratorio era aperto solo il pomeriggio, in cui mi sono chiesta cosa avrei potuto fare, la risposta mi è venuta dai ragazzi che mi hanno detto: “Guarda, partecipa, fai quello che la tua età ti permette di fare. Non correre, non saltare, evita le pallonate violente…”. E così ho fatto, ho spiegato come saltare alla corda e da ‘formaggio?’ sono passata a cadenzare ‘salta-salta-salta’. Alla fine un ragazzino mi ha chiesto: “L’anno prossimo ci sarà ancora?”. Questo e altro mi ha fatto capire che si era instaurato un rapporto reciproco. E’ stato bello anche dover trovare giochi da far condividere a ragazzi adolescenti con ragazzi più piccoli, mi si riempiva il cuore di gioia nel vedere che tifavano e si incitavano gli uni per gli altri a ‘bandiera’ come negli indovinelli. Non è scontato. Un’esperienza che mi ha ulteriormente confermato che nella vita bisogna prendere al volo quello che arriva, dare il massimo e constatare poi che si riceve il centuplo”.

Enrica Galeazzi

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