ABBIATEGRASSO – Si è tenuto giovedì 28 aprile l’annunciato incontro sulla Sanità lombarda per fare il punto sulla gestione della pandemia, informare sulla nuova legge sanitaria e le ricadute che avrà sul territorio. Un incontro per approndire la tematica che sta più a cuore, quella della tutela della salute, e capire quale può essere anche la sorte dell’ospedale Cantù. Delfina Colombo della Presidenza Acli Milanesi ha proposto un excursus storico delle leggi e delle trasformazioni operate nel tempo, dalla riforma Bindi del ’99, il passaggio nel ’92 dalle Usl alle Asl con funzioni di programma, acquisto, controllo. Funzione di produrre servizi affidati agli erogatori accreditati pubblici (AO) e privati, paritetici e in competizione. La legge regionale lombarda, sperimentale, del 2015 prevede le Ats (al posto delle Asl), da cui dipendono le Asst. In particolare, in questi ultimi anni di sperimentazione si riscontra, ha affermato Colombo, un peggioramento generale: la crisi dei medici di base, del settore infermieristico, un arretramento dei servizi, il depotenziamento dei consultori, la crisi della Psichiatria, a cui si aggiunge il grave problema dei tempi di attesa. Il cittadino che non può permettersi di effettuare un esame a pagamento deve attendere tempi lunghissimi a scapito della tutela della sua salute. La salute pubblica diventa una questione individuale, la legge 23 essendo sperimentale viene sottoposta a verifica e secondo il rapporto di Agenas risulta non equa in quanto, ad esempio, mentre gli enti pubblici dipendono dalla Regione, i privati sono lasciati liberi di agire come vogliono. La salute viene considerata un prodotto di mercato. Il Terzo settore non viene riconosciuto come ente erogatore da questo sistema sanitario, c’è una netta distinzione tra enti erogatori privati, tra Terzo settore e privati profit. Le Acli hanno presentato proposte tese a ridurre le diseguaglianze provocate da un sistema sanitario pensato più come impresa che come servizio, svuotato di legami con il territorio e su un modello di sanità aziendale con il malato come ‘cliente’. Ancora meno edificante il quadro della situazione odierna presentato poi dal medico, giornalista, docente, ‘voce’ di Radio Popolare, Vittorio Agnoletto. Illuminanti su come funziona la sanità lombarda le testimonianze raccolte nel recente libro “Senza respiro”, un’inchiesta sulla pandemia, che porta a chiedere un altro modello di sanità pubblica. La Regione Lombardia, pur avendo anche innegabili servizi di eccellenza, si è dimostrata incapace di affrontare la pandemia, che non sarà l’ultima, altre ne arriveranno, conseguenza del modello di sviluppo scelto. Gli ospedali di territorio sono importanti, ma le risorse vengono soprattutto elargite alle strutture sanitarie private il cui scopo principale sono i profitti e, ha sottolineato Agnoletto, “se si fa prevenzione, ci sono meno malati e quindi meno profitti. Il privato decide autonomamente dove investire le risorse, raramente su un Pronto Soccorso e dipartimenti d’urgenza che costano di più e rendono di meno. Si gestisce la sanità pubblica con le regole del privato, ‘più malati ci sono, più guadagno’. Anche per la salute pubblica vengono fatte valere le regole del mercato, abbiamo una Regione in cui non c’era un Piano pandemico, una Regione in cui la gente abbandonata a casa, andava in P.S. che diventava un luogo di contagio, così gli ospedali, da lì i pazienti sono stati inviati nelle Rsa e…c’è stato il disastro. La Regione Lombardia è stata obbligata a rivedere la sua legge sperimentale e ora con i soldi del Pnrr deve investire nella Case di Comunità (già in funzione dal 2016 in Emilia e in altre regioni). Ora Regione Lombardia dice che le farà ma che possono essere gestite da privati. Si teme che, se il medico dipenderà da una struttura privata, sarà spinto, ancora una volta, ad effettuare gli esami che portano più quattrini nelle tasche del gestore. C’è quindi grande bisogno di controllo e c’è soprattutto l’esigenza, più che di costruire strutture che rischiano di rimanere vuote, di investire sul personale sanitario. Questa legge che prevede una totale equivalenza tra pubblico e privato è evidente che va a discapito delle strutture pubbliche. Occorre trasparenza, occorrono controlli sul privato convenzionato e un centro unico di prenotazione. Il privato può permettersi anche di accaparrarsi i medici migliori”. Secondo le ragioni portate dal dott. Agnoletto, risulta evidente che questa legge va modificata, perché la salute non è una ‘merce’ ma un diritto di tutti, riconosciuto dall’art.32 della Costituzione. Molte poi le richieste di intervento del pubblico, non tutte esaudite a causa dell’ora tarda, ulteriore prova dell’interesse per l’argomento, soprattutto in relazione al futuro del nostro ospedale Cantù, del suo P.S., citato da Daniele Del Ben, già sindaco di Rosate e presidente dell’Assemblea dei Sindaci dell’Abbiatense. Sono state sottolineate le mancate risposte alle esigenze della popolazione e il mancato ascolto delle loro richieste da parte di una politica regionale che ha visto anche politici locali compiacenti. Una serata interessante, ma resa purtroppo difficile da seguire dall’audio pessimo della sala dell’Annunciata. E.G.

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