ABBIATEGRASSO – Nell’aula Massimo Conalbi dell’Istituto Tecnico Alessandrini è stato presentato il progetto “Trappola digitale”, che unisce fotografia e psicologia. Nella mattinata di sabato 14 ottobre, giorno dell’inaugurazione, la sala era gremita di classi di studenti, dalla prima alla quinta superiore.

Erano presenti il dirigente scolastico, Michele Raffaelli, le docenti Agnese Coppola e Laura Lannutti, la fotografa Ilde Mancuso, ideatrice di questo lavoro, e il Dr. Davide Baventore, psicologo clinico e vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

L’evento è cominciato quando la prof.ssa Coppola ha preso la parola, introducendoci a questa mini esposizione fotografica: “Questo è un progetto molto importante. Ci dimostra che l’arte non sta lì per essere osservata, ma in quanto parla di noi. Tutti siamo assorbiti dalla trappola digitale. Ilde, durante il primo lockdown, il più forzato, osservando quanto tempo i suoi figli trascorrevano in rete, ha provato un forte senso di disagio.

Chi meglio del Dr. Baventore può spiegare quante voci abbiamo dentro?”. Successivamente, la prof.ssa Lannutti ha rivolto una domanda alla platea di ragazzi: “Come vi siete sentiti durante la quarantena?”. Chi ha risposto “tristi”, chi “depressi”, e via altri aggettivi negativi. Sentimenti certamente condivisi da Ilde Mancuso: “Ringrazio il corpo docenti e il dirigente scolastico per avermi concesso uno spazio utile a trasmettere le mie opere”, ha detto la fotografa. “Ho realizzato le foto con la tecnica della staged photography (che unisce realtà e creatività) e le ho disposte in maniera tale da costruirci una narrazione. Vedevo che i miei figli trascorrevano troppe ore sui dispositivi social e su altre piattaforme web. Volevo aiutarli a estraniarsi dall’area virtuale.

Così decisi di coinvolgerli in questo mio progetto, e loro mi hanno dato una mano a posare per i miei scatti. Purtroppo, negli ultimi anni i veri valori e gli affetti sono stati sempre più sostituiti dalla tecnologia. È lì che si creano fenomeni come il cyberbullismo, perché è più facile denigrare una persona dietro uno schermo, mantenendo l’anonimato. Il problema è che ciò che viene postato in rete non è più nostro, ma è un contenuto di tutti”. Ha toccato anche un altro tema, quello più significativo di tutto l’incontro: la sindrome di Hikikomori, una malattia che porta le persone, giovani soprattutto, a chiudersi in casa o nella propria camera senza vedere nessun altro per giorni, mesi o anni. Va precisato che in questo caso la tecnologia non è una causa, bensì una conseguenza.

Ma allora come ci dobbiamo rapportare con i mezzi digitali? Una risposta ce l’ha data lo psicologo Dr. Davide Baventore, esponendo l’esempio del mito greco di Icaro, che, prigioniero con il padre Dedalo sull’isola di Creta, cerca di fuggire grazie a delle ali fatte di piume e cera, ideate dal padre stesso. Nel tentativo di evadere, però, si avvicina troppo al sole, che con il suo calore scioglie le ali, facendo precipitare il protagonista. Questo racconto ci è servito a capire che l’atteggiamento corretto è attribuire una giusta misura alla tecnologia. Lo stesso psicologo ha affermato che “essa è un facilitatore delle nostre azioni. Noi essere umani associamo a ciò che facciamo un valore e dei significati. Il problema sta nel fatto che quello che nasce come mezzo diventa un vero e proprio sostituto. È stato dimostrato che l’aumento esponenziale del tempo che dedichiamo all’utilizzo dei dispositivi tecnologici ha prodotto una netta diminuzione del benessere”. Il suo discorso ha destato la curiosità dei presenti, tanto che è intervenuto uno studente con una riflessione interessante: “Non sono totalmente d’accordo con ciò che lei afferma, perché per alcune persone le apparecchiature digitali possono fungere da toccasana contro le ansie sociali”.

“Un conto”, ha risposto il Dr. Baventore, “è aiutarsi, un altro è usare questa stampella per tutta la vita senza sconfiggere il problema”. Alla questione su quanto l’elevato rapporto con la rete diminuisca la capacità di concentrazione, l’esperto si è focalizzato sul nostro cervello che, per quanto non sia un muscolo, ha i suoi tempi di elaborazione del pensiero. Certamente, il linguaggio dominante su Internet verte maggiormente sulle immagini piuttosto che sulle parole; quest’ultimo è decisamente più sfidante.

Di conseguenza, più quella visiva diventa l’unica forma di comunicazione possibile, tanto più è grande l’impedimento di sviluppare un linguaggio altamente strutturato. La mostra rimarrà esposta per un mese, non soltanto per essere visitata. Agli studenti è stato assegnato il compito di produrre dei lavori, che verranno allestiti nel mese di febbraio insieme agli scatti di Ilde Mancuso all’interno del Castello Visconteo di Abbiategrasso. A dimostrazione, come è stato detto, che la fotografia non è un mero ritratto della realtà, ma comunicazione di un concetto.

Prima di lasciarci, il Dr. Baventore, citando il noto motto di Cartesio “Conosco, dunque sono”, ha pronunciato uno slogan che caratterizza il nostro tempo, “Posto, dunque sono”, concludendo: “Se proprio devo postare qualcosa sui social, sarebbe bene farlo in maniera creativa, oltre che utile e intelligente”. Paolo Borrelli

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