ABBIATEGRASSO – Parlare ai cittadini più giovani, agli alunni della scuola dell’obbligo, degli orrori di una pagina della nostra storia, perché non si ripetano nel nostro presente, non è facile. La mostra “Terezin, disegni e poesie dei bambini del lager”, allestita la scorsa settimana dall’ANPI nella sala consiliare ne offriva l’occasione, ma purtroppo solo alcune classi delle scuole cittadine hanno usufruito della visita guidata. Una lezione speciale, fuori dall’aula, che spesso insegna di più di tante pagine scritte nei libri. I bambini sono seduti in cerchio attorno alla guida, silenziosi e attenti, ad ascoltare non una favola con lieto fine, ma una storia di bambini che non è finita bene, una piccola grande storia che riguarda 15mila bambini cui è stato negato di diventare grandi. Bambini non lasciati liberi di crescere felici nei paesi in cui erano nati, ma tenuti rinchiusi nella città-fortezza di Terezin, in attesa di essere mandati nei campi di sterminio. Di loro solo un centinaio si sono salvati. Una bambina, fra questi, ha cominciato a disegnare, suo padre le aveva detto “disegna quello che vedi”, e ci ha lasciato la sua testimonianza. Altri bambini, come lei, hanno cominciato ad usare i colori per illuminare le loro grigie giornate e combattere il buio della paura, hanno disegnato e scritto poesie. Nei loro disegni regnano la fantasia, i sogni, i pensieri belli, la speranza; nei versi semplici dei loro scritti emerge la paura, la consapevolezza che da quella situazione forse non sarebbero più usciti. Ma questo “c’era una volta…” rimanda a certe situazioni che accadono nel mondo odierno, anche se non nelle stesse forme. E allora piangere sulla memoria non serve a niente, se non ci aiuta a leggere il presente, perché certi orrori smettano di accadere. Non a caso la mostra nell’ultimo pannello invita a soffermarsi sullo sguardo triste di una bimba di oggi sullo sfondo delle macerie di uno dei tanti Paesi ancora in guerra, una bimba cui è impedito di crescere felice nel suo Paese in pace. Accanto a questa fotografia si leggono i versi scritti da Hanus Hachenburg, nato il 12/7/1929, deportato a Terezin il 24/10/1942, deportato ad Auschwitz il 18/12/1943, dopo sei mesi nel campo di Birkenau, muore a soli 15 anni in una camera a gas tra il 10 e il 12 luglio 1944: “Chi sono io, il bambino perduto?/E’ mio il muro del ghetto/o lo è il suolo fertile?/Piccola e graziosa la mia patria è la Cecoslovacchia/o è il mondo intero?”. Un monito per tutti noi a guardarci attorno, nel mondo in cui viviamo, a stare all’erta per non rischiare di perdere i beni preziosi che altri hanno conquistato per noi. I piccoli visitatori hanno ascoltato con attenzione la storia vera raccontata, la loro curiosità ha posto domande, hanno guardato con interesse i disegni, letto le poesie e, prima di ritornare in aula a continuare con le insegnanti la riflessione iniziata, con pennarelli colorati hanno lasciato, accanto alla fotografia della bambina triste di oggi, le loro firme e qualche commento, in mezzo a tanti piccoli cuori, simboli dei sentimenti e delle emozioni che la mostra è riuscita a suscitare. M.B.

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