ABBIATEGRASSO – Ogni quattro anni raddoppia il numero delle persone malate di demenza. Nella nostra città, ad esempio, nel 2010 erano il 3%, nel 2014 il 7%. Questi dati, riferiti durante il primo incontro del corso di formazione per volontari ospedalieri, nella serata di martedì 6 settembre presso l’Istituto Golgi, sono sicuramente sconfortanti. La ricerca scientifica procede lenta e paziente, a volte la scoperta e la sperimentazione di nuovi farmaci lasciano sperare in una cura del terribile morbo di Alzheimer, ma con il passare del tempo l’entusiasmo viene deluso. Di recente sulle pagine di importanti riviste scientifiche è apparsa la notizia della scoperta di un nuovo farmaco, ripresa poi con titoli enfatici da alcuni quotidiani nazionali. “Si tratta di un siero che immette anticorpi nel cervello e si attacca alla beta-amiloide, la proteina che quando tende ad aggregarsi in ammassi sembra causare disastri – ha spiegato il dottor Antonio Guaita, ricercatore e direttore della Fondazione Golgi Cenci – Ora la tecnologia aiuta: si può fare un esame sul cervello, vedere se c’è la sostanza tossica, fare un’iniezione del siero ogni 4 settimane e dopo un anno constatare se il farmaco ha agito. Sperimentato su un centinaio di persone con situazione iniziale di Alzheimer, con lo scopo di dimostrare se il farmaco potesse essere somministrato senza gravi effetti collaterali, il siero ha ridotto in modo significativo la proteina dannosa e i sintomi, ad es. i livelli di memoria, sono peggiorati un pochino meno. Ma cosa succede dopo mesi, si mantiene questa situazione o si torna a quella precedente? E’ una terapia costosa, da ripetere continuamente. L’idea poi che tutto dipenda dalla beta-amiloide è più un’ipotesi molto cara all’industria che non un fatto reale. La stessa quantità di quella proteina si nota in malati di Alzheimer come in persone che non hanno contratto il morbo. Esulto, quindi, con giudizio: è un passo avanti importante, ma non il passo avanti, non la chiave che apre la porta”. In attesa di esultare pienamente, dobbiamo affidarci alla prevenzione, a stili di vita protettivi nei confronti della malattia, ed oggi sappiamo che riducono le probabilità di contrarre il morbo l’attività fisica e mentale, avere soddisfacenti relazioni sociali e familiari, evitare fumo e depressione, mantenersi sorridenti e di buon umore. Quanto influenza la salute del nostro cervello una buona alimentazione? Di questo ha parlato il dott. Arcangelo Ceretti, geriatra e ricercatore della Fondazione Golgi Cenci, il quale ha sottolineato che le medicine sono utili, aiutano a stare meglio, intervengono sui sintomi, ma mentre per altre malattie una cura è stata trovata, per l’Alzheimer purtroppo non ancora, e siccome tra le cause di morte al 5° e 6° posto ci sono le malattie del cervello, che aumentano sempre più con l’invecchiamento, dobbiamo provvedere a tutelarci con stili di vita di tipo preventivo. E l’alimentazione sembra avere, secondo ricerche e studi anche locali, un ruolo positivo nell’invecchiare bene e in salute. Il 10% di un gruppo di persone studiate nella nostra città non ha problemi; cosa fare, dunque, per rientrare in questa percentuale? “Dobbiamo utilizzare quello che gli alimenti ci forniscono gratuitamente – ha spiegato il dott. Ceretti – La frutta e la verdura di stagione non devono mancare mai sulla nostra tavola; ci sono, infatti, frutti e ortaggi che sono una miscela giusta di sostanze che procurano molti benefici, ad es., anguria, cetrioli, noci, olive. La famosa dieta mediterranea è una miscela equilibrata di sostanze di produzione locale legate alle stagioni: ogni giorno pane, pasta, riso, frutta e verdura, noci, olive, legumi, olio d’oliva, un po’ di formaggio; settimanalmente pesce (2 o più volte), uova (2 o 3 volte), carni bianche qualche volta, carne rossa il meno possibile, pochi dolci; vino con moderazione (1 o ½ bicchiere a pasto). Alla base della ben nota piramide sta il camminare almeno mezz’ora al giorno e il consumare i pasti insieme. Chi nella sua alimentazione è più vicino alla dieta mediterranea ha il 64% di protezione in più. Nutriamoci, perciò, proteggendo la nostra salute”. La dieta, dunque, non deve essere un correttivo, ma deve entrare in uno stile di vita che, se vogliamo ammalarci meno, prevede anche l’essere curiosi, informati, avere un’attività associativa, evitare fumo, obesità, svolgere un’attività fisica piacevole insieme ad altri, come gite, biciclettate, gruppi di cammino. M.B.

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