ABBIATEGRASSO – Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, mercoledì 22 giugno ha tenuto un incontro per presentare il rapporto 2015-2016 al fine di comprendere i fattori che permettono all’industria italiana di essere competitiva e di crescere. La dott.ssa Paola Garrone ha spiegato il metodo di ricerca e il percorso dell’ indagine svolta. Il fattore umano nell’impresa è stato il focus all’interno del tema ‘sussidiarietà e politiche industriali’, il ruolo del fattore umano in una stima quantitativa nei risultati dell’impresa. La ricerca si è quindi concentrata sulla figura dell’imprenditore, sono stati scelti 4 settori: l’agroalimentare, l’arredamento, l’autonomazione e l’abbigliamento. Si è studiato l’effetto del ‘carattere’ per comprendere quanto influenza i risultati di imprese simili da tanti punti di vista, per fatturato, geolocalizzazione, numero di addetti ma con diversi risultati che sono stati confrontati per gli anni dal 2006 al 2008 e dal 2011 al 2014, per rendersi conto di cos’ha influito a prescindere da scelte organizzative e arrivando a chiedersi ogni volta la stessa domanda: quanto conta l’imprenditore? Si parla sempre di manager ma dal punto di vista di obblighi contrattuali, manager considerati per lo più mercenari. Lo studio si è rifatto invece ai concetti dell’economista americano James  Heckman che prende in considerazione il carattere non solo come capacità intellettiva ma indica 5 caratteristiche particolarmente importanti: la tendenza a cooperare, l’apertura all’esperienza, l’estroversione, il senso di responsabilità, la stabilità emotiva. E’ stato messo a punto un questionario a cui hanno risposto telefonicamente 380 imprenditori con meno di 50 e fino a 250 dipendenti. All’indagine hanno collaborato 4 associazioni dei campi indicati: Federlegno, UCIMU sistemi per produrre, Sistema Moda Italia, UNAPROA unione delle organizzazioni di ortofrutta. Le 27 domande poste agli imprenditori intervistati hanno esplorato con metodo statistico un aspetto considerato intangibile, è risultato che quanto indicato da Heckman è decisamente correlato alla crescita dell’impresa. Gli ‘aspetti’ della persona hanno un peso sulla crescita del fatturato mentre fonte di freno è l’omologazione, il carattere dell’imprenditore e dei manager  ha importanza non minore rispetto alle altre variabili. Le riflessioni di Vittadini sono iniziate con questa affermazione: “L’impresa ha a che fare con l’uomo, sottovalutarlo è una scemenza”. E’ il capitale umano che genera la novità, è la sua creatività, il boom industriale è nato dall’intelligenza, dalla capacità di creare lavoro. Il rapporto con il dipendente è importante, più della diminuzione del costo è la sua valorizzazione che lo fidelizza e fa crescere l’impresa. “Non è possibile scindere l’aspetto umano dalle scienze economiche e sociali, molte imprese si sono rovinate perché i figli sono incapaci, non sono stati comunicati loro i valori per cui sacrificarsi e l’impresa fallisce. La formazione è importantissima anche post laurea per favorire la crescita anche personale. Un esempio di attenzione al personale viene da Caprotti che chiede alle banconiste dell’Esselunga di organizzare i turni secondo i propri problemi familiari. I giovani percepiscono poco la bellezza e acquistano da Ikea, è il momento di vendere il mobile di pregio all’estero, facendo rete, in distretti sempre più virtuali invece che territoriali, importanti anche per le PMI, i concorrenti non sono da vedere come ostacolo ma come opportunità. Una volta l’obsolescenza era dopo 40 anni, oggi è meno di 5 anni, occorre un continuo aggiornamento, un colosso come la Kodak non si è convertita al digitale ed è fallita. Il mondo cambia continuamente, se non ti modifichi: sei fuori”. Riflessioni con cui confrontarsi e di cui far tesoro. Enrica Galeazzi

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