La mia religione insegna che siamo tutti fratelli e tali Vi considero, Vi scrivo in merito alla polemica che si è scatenata, soprattutto sui social, e che è approdata anche in Consiglio comunale per il banchetto che avete allestito domenica 20 marzo durante la festa di San Giuseppe per far conoscere l’Islam. Occasione in cui invitavate, tra l’altro, a provare il velo, lo hijab che usano le vostre donne. Passeggiavo con amici in corso San Pietro, curiosando tra le bancarelle quando due vispi ragazzini mi hanno offerto i vostri dolci che ho apprezzato, due ragazze mi hanno regalato il Corano e un adulto mi ha invitata a frequentare, il mercoledì sera, il corso di arabo organizzato dallo stesso centro culturale islamico ‘Alif Baa’. Non mi è stata proposta la prova del velo, che non avrei accettato perché refrattaria a qualsiasi copricapo. Non so se sia o meno da considerarsi una provocazione la vostra, così è stata interpretata da molti, perché come hanno scritto, nelle vicinanze di una chiesa, nel periodo pasquale, ecc. A me la vostra proposta ha ricordato l’uso o meglio l’obbligo da ragazzina di tenere il capo coperto dal velo, durante la Santa Messa e soprattutto al momento della Comunione. Poi questa usanza, fondata su una disposizione di San Paolo Apostolo e contenuta anche nel Codice di Diritto Canonico del 1917, è stata abbandonata e la consuetudine, per le donne, di coprire il capo in chiesa è andata perduta. Non è così per molte suore che mantengono
l’abito religioso che caratterizza l’ordine di appartenenza, velo compreso, segno di umiltà, modestia, sottomissione all’autorità della Chiesa di Cristo. Un segno forse considerato anacronistico e opposto a una moda e a costumi che sempre più svestono. Modi contrapposti, espressioni diverse di stili di vita con cui possiamo liberamente confrontarci e che possiamo apprezzare o no, liberi di scegliere chi vogliamo essere ma anche nel rispetto altrui. Queste riflessioni, che accenno, mi hanno portata a pensare che il disagio per la vostra proposta non dev’essere tanto legata al velo ma al fatto che è diventato un simbolo che fa paura. La violenza che si è scatenata in tutto il mondo in nome dell’Islam fa sì che ogni riferimento alla religione islamica crei diffidenza e allarme. Condivido con Voi che occorre conoscere prima di giudicare e apprezzo che vogliate far conoscere il più possibile chi siete attraverso la vostra cultura e le vostre tradizioni ma converrete con me che integrazione significa, ancora prima, voler conoscere, rispettare e condividere quanto più possibile del Paese ospitante, dove per qualsiasi ragione si è scelto o ci si trova a vivere. Un Paese dove crescono i vostri figli che vivono le stesse contraddizioni e fragilità dei nostri, che devono essere educati innanzitutto al rispetto dell’altro. Un rispetto che certo non dimostra chi grida Allah Akbar prima di uccidere e immolarsi, che disprezza tutti gli ‘infedeli’ che in realtà professano semplicemente altre fedi o un’umana laicità. Persone che vengono condannate a morte in nome di una religione che professate e che provoca paura e rigetto anche per un semplice pezzo di stoffa, anche un velo può richiamare tutto questo. Non credete che spetti a Voi per primi combattere la guerra in atto, questa ennesima crociata in nome di un dio ma che nasconde ben altri interessi, che recluta giovani vite da macellare insieme a quelle di quante più vittime possibile? Non credete che manifestazioni e banchetti da parte vostra, per dire che condannate i fratelli musulmani che uccidono, in cui invitate a denunciare chi tra voi predica la violenza, servirebbe a rassicurare e a favorire quell’integrazione che tutti quanti auspichiamo? Grazie dell’attenzione. Enrica Galeazzi

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