Per chi, oggi, parla del Natale penso che il pericolo, sempre in agguato, da cui guardarsi, sia quello di cedere alle derive nostalgiche: “Come erano belli i Natali di una volta quando,  pur disponendo di poche cose materiali, non essendo ancora contaminati dal consumismo, eravamo più contenti e felici perché ricchi dei valori dello spirito”. Mi rendo conto che tutte le strategie e i tentativi  per tornare al bel tempo che fu rischiano di esaurirsi in discorsi  moralistici. Il moralismo non porta da nessuna parte: è come pretendere di sollevarsi da terra tirandosi per le orecchie! Eppure la domanda e l’assillo restano …: che fare? Prendo le cose da lontano. Nessuno sa il giorno preciso della nascita di Gesù. I primi cristiani, dovendo stabilire questa  data, hanno ritenuto giusto fissarla durante il solstizio d’inverno. Il sole, che ritorna verso la terra, era per gli antichi il simbolo della vita che sfugge alla morte. Per il minuscolo gruppo dei cristiani  la vittoria definitiva della vita sulla morte si è  realizzata nella vicenda di Cristo Gesù. Di qui la scelta di fissare durante questi giorni la sua nascita: è Gesù la luce vera venuta nel mondo.(Gv. 1,9). Questa era la fede di una infima minoranza. Per le masse della Roma imperiale, questi erano i giorni della grande festa del “Sol invictus”, dove la celebrazione della “luce del sole mai sconfitto” dava vita alla sfrenata ostentazione della potenza e della ricchezza di Roma capitale dell’Impero. In campo abbiamo due forze. Da una parte il minuscolo gregge dei credenti in Cristo Gesù, dall’altro lo stuolo sterminato degli adoratori della potenza di Roma. Eppure chi avrebbe mai detto che la testimonianza dello sparuto gregge dei credenti in Cristo Gesù avrebbe avuto, nel corso dei secoli, un’affermazione così grande? Queste due forze antitetiche sono ancora in campo a combattere una lotta che li vede, a vicende alterne, ora vincenti, ora perdenti. Nei nostri tempi, il Natale “cristiano” sembra soccombere sepolto sotto i cumuli degli scarti di questa società, dove i miti della ricchezza e della potenza sono ritornati a farla da padroni…Per questo sono convinto  che siano inutili i discorsi moralistici …  Occorre ritornare all’origine, allo spirito del piccolo gregge, alle radici della fede, dove il Natale non è la festa dei buoni sentimenti, ma è la celebrazione della nascita di chi, a Pasqua, è risorto e quindi, come vera luce del mondo, ha sconfitto le tenebre del peccato e della morte. A questo riguardo  invito alla meditazione di questo testo, uscito dalla penna, ma ancor più dal cuore di don Luigi Serenthà, prematuramente scomparso nel 1986, stretto collaboratore del Cardinal Martini. E’ Natale, Signore, o è già subito Pasqua ?   Il legno del presepio è duro come legno di croce. Il freddo ti punge quasi corona di spine.  L’odio dei potenti ti spia e ti teme. Fuga affannosa nella notte. Sangue innocente di coetanei, presagio del tuo sangue. Lamento di madri desolate, eco del pianto di tua Madre. Quanti segni di morte, Signore in questa tua nascita. Comincia così il tuo cammino tra noi, la tua ostinata decisione di essere Dio, non di sembrarlo. Non conquisterai i regni dell’uomo. Costruirai la tua vita di ogni giorno, raccogliendo con cura meticolosa, con paziente amore, tutto quello che noi scartiamo: gli stracci della nostra povertà, le piaghe del nostro dolore, i pesi che non sappiamo portare, le infamie che non vogliamo riconoscere. Grazie, Signore, per questa tua ostinazione, per questo sparire, per questo ritrarti, che schiude un libero spazio per la mia libera decisione di amarti.  

Dio che ti nascondi, Dio che non sembri Dio, Dio degli stracci e delle piaghe, Dio dei pesi e delle infamie, io ti amo.  Non so come dirtelo, ho paura di dirtelo, perché talvolta, mi spavento e ritiro la parola; eppure sento che devo dirtelo: io ti amo. In questa possibilità di amarti, che la tua povertà mi schiude, divento veramente uomo.  Amo gli stracci, le piaghe, i pesi di ogni fratello. Piango le infamie di tutto il mondo.  Scopro di essere uomo, non di sembrarlo. Il Tuo Natale è il mio Natale. Nella gioia di questo nascere, nello stupore di poterti amare, nel dono immenso di vivere insieme, io accetto, io voglio, io chiedo che anche per me, Signore, sia subito “Pasqua…”. Don Emilio Maltagliati, parroco a Cassinetta di Lugagnano

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