Due soggetti hanno manifestato interesse per il gruppo della meccanizzazione agricola. Uno valuterebbe l’intero perimetro aziendale, l’altro i siti lombardi di Abbiategrasso e Cusago. Il confronto del 4 agosto al Mimit dovrà misurare la solidità delle proposte e la tutela dello stabilimento di Luzzara.
ABBIATEGRASSO – Non è soltanto una vertenza aziendale. Dentro il futuro della BCS ci sono settant’anni di industria, un patrimonio di competenze costruito ad Abbiategrasso e il destino professionale di circa cinquecento lavoratori distribuiti tra la sede storica abbiatense, Cusago e Luzzara, in provincia di Reggio Emilia.
Martedì 4 agosto la crisi del gruppo torna al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. È un passaggio particolarmente delicato: dopo mesi segnati dal rischio di chiusura e dal ricorso agli strumenti di protezione occupazionale, sul tavolo sono emerse due manifestazioni di interesse che potrebbero aprire una strada alla continuità produttiva.
Al momento della pubblicazione non risulta ancora diffuso un comunicato ufficiale con l’esito conclusivo dell’incontro odierno. Il dato confermato è dunque la convocazione del tavolo e la presenza di due potenziali interlocutori; condizioni economiche, occupazionali e industriali delle eventuali offerte dovranno essere verificate nel confronto ministeriale.
Due interlocutori, due ipotesi differenti
Le informazioni emerse al precedente tavolo del 7 luglio descrivono due scenari distinti.
Il primo interessamento proverrebbe da un’azienda italiana attiva in un comparto complementare a quello di BCS, storicamente specializzata in trattori compatti e macchine destinate a vigneti, frutteti e manutenzione del verde. Secondo quanto riferito dal segretario della Fiom Cgil Ticino Olona, Antonio Del Duca, questo soggetto avrebbe valutato l’acquisizione dell’intero gruppo. La seconda manifestazione sarebbe invece riconducibile a un fondo interessato ai poli lombardi di Abbiategrasso e Cusago. Una soluzione di questo tipo lascerebbe aperta la questione dello stabilimento emiliano di Luzzara e imporrebbe l’individuazione di una risposta industriale capace di evitare la frammentazione del gruppo.
Si tratta, in entrambi i casi, di interessamenti e non ancora di acquisizioni definite. La distinzione è essenziale: il valore delle proposte dipenderà dai capitali disponibili, dal piano produttivo, dagli investimenti previsti e dagli impegni assunti nei confronti dei lavoratori.
Il nodo del concordato e della continuità produttiva
BCS sta affrontando la crisi attraverso un concordato preventivo in continuità, lo strumento utilizzato per proseguire l’attività mentre vengono ricercati investitori e soluzioni finanziarie. L’intesa raggiunta con i sindacati per la cassa integrazione straordinaria ha consentito di congelare, almeno temporaneamente, lo scenario dei licenziamenti e di guadagnare tempo per approfondire le manifestazioni di interesse. Secondo i dati riportati da Il Giorno, l’ultimo esercizio si sarebbe chiuso con una perdita di circa 10 milioni di euro e un indebitamento superiore ai 40 milioni. Sono numeri attribuiti alle ricostruzioni giornalistiche disponibili e non costituiscono, in questa fase, il contenuto di un nuovo documento ministeriale pubblicato il 4 agosto.
La partita riguarda tre stabilimenti e circa cinquecento dipendenti. Ma il peso della vicenda supera il numero degli addetti diretti: intorno a BCS ruotano fornitori, imprese artigiane, servizi e famiglie che hanno costruito il proprio reddito sull’esistenza di uno dei principali presìdi manifatturieri del territorio.
Il Ministero: «BCS deve essere salvata e rilanciata»
La posizione ufficiale del Governo era stata espressa dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, al termine dell’incontro del 27 maggio.
«BCS non va soltanto salvata, ma rilanciata», aveva dichiarato il ministro, annunciando la disponibilità del Mimit a utilizzare gli strumenti utili per sostenere il risanamento e favorire una nuova fase industriale. Il Ministero aveva inoltre indicato come priorità la tutela del patrimonio produttivo, del know-how e dei livelli occupazionali.
Quella dichiarazione rappresenta un impegno politico e istituzionale. La sua traduzione concreta dipende però dalla presenza di un investitore affidabile e da un piano industriale sostenibile, capace di garantire produzione, occupazione e autonomia progettuale nel medio periodo.
Abbiategrasso attende risposte
Per Abbiategrasso, la BCS non è un’azienda come le altre. Fondata nel 1943, ha accompagnato lo sviluppo industriale della città e ha portato il suo nome nei mercati internazionali della meccanizzazione agricola.
La mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati ha impedito che la crisi restasse confinata nei documenti societari. Il caso è arrivato prima alle istituzioni territoriali e poi al tavolo nazionale, dove il confronto odierno dovrà verificare se gli interessamenti annunciati possano trasformarsi in offerte concrete.
Il punto non è soltanto trovare un compratore. Occorre comprendere quale BCS resterà dopo l’operazione: quali produzioni continueranno, quanti stabilimenti saranno coinvolti, quale sarà il livello degli investimenti e quanta occupazione verrà effettivamente protetta.
Attesa per l’esito del confronto
Le prossime comunicazioni ufficiali dovranno chiarire se i potenziali investitori abbiano compiuto passi avanti, se siano state presentate proposte formalizzate e quali tempi siano stati fissati per la prosecuzione della procedura.
Fino a quel momento, è corretto parlare di una trattativa aperta e di una speranza industriale, non di un salvataggio già compiuto.
Per Abbiategrasso il tavolo del 4 agosto segna comunque uno spartiacque. Dopo settimane trascorse a difendere l’esistenza stessa della fabbrica, la discussione entra ora nel terreno più esigente: stabilire chi sia disposto a investire davvero e quale futuro intenda costruire.

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