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“Uomini che ci mettono la faccia” contro la violenza sulle donne. Intervista a Giancarlo Moscatelli, presidente della “Yoshitaka”

ABBIATEGRASSO – Proseguono le interviste a “Uomini che ci mettono la faccia” contro la violenza sulle donne, odiosa piaga sociale. Una serie di interviste, in collaborazione con Iniziativa Donna e la Commissione Pari Opportunità, che ci accompagneranno sino al 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. Questa settimana abbiamo incontrato Giancarlo Moscatelli, presidente dell’Accademia del Karate Yoshitaka, che ha sede in viale Mazzini ad Abbiategrasso e che quest’anno festeggia il 35° anno di fondazione. Un’Accademia di Karate, diretta dal maestro Mario Fanizza, cintura nera 7° dan, di cui abbiamo parlato in diverse occasioni, non solo per i brillanti risultati sportivi dei karateka e delle karateka, ma anche per l’attenzione e la sensibilità dimostrate verso le bellezze artistiche della città (grazie a Yoshitaka infatti sono stati restaurati due importanti affreschi, l’ultimo è stato inaugurato in via Piatti domenica 9 ottobre).

Perché ha accettato l’intervista o meglio ha accettato di condividere un pensiero, di rendersi utile agli altri per migliorare luoghi comuni di pensiero?

 “Ho accettato per condividere l’idea che sia importante parlarne, far sapere, diffondere la ferma convinzione che siano comportamenti intollerabili. Questo serve per sensibilizzare tutti: da una parte chi subisce, per dare più coraggio a denunciare un comportamento scorretto prima che sia troppo tardi; dall’altra parte, chi cova rabbia o frustrazione può riconoscere il proprio comportamento e, forse, riuscire a capire che è meglio fermarsi prima, cercare una soluzione, chiedere aiuto. Ancora, tutti quelli che stanno vicino alle due parti, se meglio sensibilizzati possono diventare più attenti, vigilare meglio, prevenire”.

Come agisce nella sua quotidianità per evitare che si verifichino fatti di violenza?

“Credo che non esista un comportamento specifico, ma in genere nella vita quotidiana ritengo sia importante porre attenzione alle persone che incontri, sforzarsi di capirne gli umori, ascoltare cercando di percepire anche le sfumature, i gesti, intuire il non detto… Significa, però, anche saper affermare con calma le ragioni di un diritto calpestato, saper riprendere gli sbagli evitando però i toni offensivi, essere comprensivi ma saper chiedere con determinazione il rispetto delle regole, imparare a ‘metterci la faccia’, insomma…”

Le è capitato di avere a che fare con donne maltrattate? Se sì come ha reagito, come le ha aiutate e come si è comportato nei confronti dell’aggressore?

“Devo dire mai, direttamente, anche se persone da me ben conosciute hanno seguito direttamente un caso di seri maltrattamenti e hanno aiutato la persona che li subiva a trovare la forza per allontanarsi dalla situazione”.

Quali sono le azioni che si possono mettere in campo per arginare questa piaga sociale?

“Le iniziative come questa sono assolutamente lodevoli e da imitare, ma andrebbero collocate in un contesto più allargato in termini di servizio pubblico per poter facilitare il percorso di chi chiede aiuto, nonché per fornire consigli qualificati a chi è a conoscenza, anche solo come sospetto, di una situazione a rischio. Se si ricorre a Polizia o Carabinieri la situazione è già grave, ma prima…?”

Come presidente dell’Accademia del Karate Yoshitaka…

“Devo dire che se tutti praticassero costantemente il Karate Tradizionale, il problema probabilmente non esisterebbe… E non è una battuta: nella sua forma Tradizionale il Karate è una disciplina mentale che attraverso il rispetto delle regole forma una personalità rispettosa di sé, degli altri e di tutto ciò che ci circonda, rende mentalmente più forti e smorza le tendenze e i comportamenti aggressivi. Senza ovviamente dimenticare che una pratica costante permette di acquisire una reale capacità di autodifesa in caso di pericolo o di aggressione, insieme alla capacità di mantenere autocontrollo senza precipitare nel panico”.

Quante donne (circa) sono iscritte all’Accademia e di che età più o meno? Negli anni è aumentato il numero di donne che decidono di praticare l’arte marziale del karate? Con quali risultati?

“Su un totale di circa 120 praticanti, attualmente ne sono iscritte poco meno di 50, da bambine in prima età scolare a ragazze, mamme e persino nonne, dalla prima cintura bianca via via passando per i vari gradi di cintura nera fino al 5° dan. Risultati? Notevoli, mai inferiori ai risultati dei praticanti maschi. C’è sempre stata un’alta percentuale femminile negli iscritti, fin dalla prima lezione del 20 ottobre 1980, data di nascita della Scuola fondata dal Maestro Mario Fanizza, cintura nera 7° dan”.

Pensa che le donne che intraprendono questo percorso siano anche motivate dal bisogno di raggiungere maggiore sicurezza in sé stesse, della propria forza (fisica e mentale) anche per far fronte ad eventuali aggressioni, maltrattamenti e violenze?

“Difficile che venga fatta una scelta così razionale e mirata a questo specifico scopo, chi ha in mente questa ‘utilità’ in genere si rivolge ai tanti ‘corsi’ di stampo commerciale che promettono di imparare a difendersi in poche lezioni; ovviamente non è così, e quando lo scoprono restano deluse. Molto spesso invece chi arriva alla Yoshitaka è attratto proprio dalla possibilità di apprendere la disciplina di una ‘vera’ arte marziale e non per seguire un semplice sport, o un gioco o un divertimento. Successivamente poi, praticando con costanza e attenzione, si scopre che il Karate Tradizionale non è solo un mezzo per rafforzare il corpo, ma è qualcosa che ti cambia e ti mette in grado di reagire con prontezza e determinazione di fronte a una situazione di pericolo. Saper reagire con calma è già metà della soluzione, l’altra metà arriva naturalmente dalla capacità tecnica di reagire con una difesa in grado di neutralizzare l’aggressore. Ma per tornare alle situazioni tipiche di violenza nei confronti delle donne, il Karate aiuterebbe le due parti a gestire più consapevolmente e serenamente i problemi, evitando che sfocino in un dramma irreparabile”. S.O.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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