Siamo sicuri di stare davvero puntando sulla sicurezza nel nostro Paese? Siamo sicuri che il nostro Stato sia il principale garante della nostra tranquillità e incolumità e dell’ordine sociale e non incoraggi piuttosto chi vuole attentare a quelli, se non addirittura distruggerli?

Me lo chiedo da cittadino, proprietario di casa e imprenditore, minacciato direttamente nei suoi beni materiali (la casa, l’esercizio commerciale) ma anche in quel bene immateriale, psicologico, direi quasi spirituale, che è la sensazione di sentirsi sicuri nel luogo in cui si vive e si lavora.

Mi pongo queste domande, in primo luogo allarmato dagli ultimi dati sconfortanti sulla sicurezza privata. Come dimostrano i numeri dell’Istat, negli ultimi anni in Italia c’è stata un’escalation di furti, sia in casa che nelle attività commerciali. Per capirci, se nel 2010 i furti denunciati in casa erano circa 280mila, nel 2014 sono diventati oltre 420mila; allo stesso modo i furti denunciati in esercizi commerciali sono passati dai 150mila circa del 2010 ai circa 175mila del 2014. C’è da stare tranquilli? Non molto.

Anche perché l’azione del legislatore sembra andare nella direzione opposta a quella necessaria, garantendo cioè sempre più i diritti di chi delinque e depotenziando invece quelli di chi dovrebbe reprimere il crimine. Basti guardare le ultime iniziative parlamentari sulla depenalizzazione dei reati e sull’approvazione del reato di tortura. Nel primo caso si aboliscono o si riducono a illeciti civili reati come l’ingiuria e gli atti osceni: si tratta di delitti minori, certo, ma in questo modo non si dà un buon segnale, offrendo l’immagine di uno Stato che cede terreno a chi vuole infrangere le sue norme. Dall’altro lato, la Camera crea nuovi reati ad hoc, come dimostra l’approvazione della cosiddetta legge sull’introduzione del delitto di tortura. Parliamo di una normativa che limita fortemente l’azione delle forze dell’ordine, prevedendo condanne pesanti per colpe non meglio specificate come “l’istigazione a compiere tortura” (basterà che un comandante dica al suo subordinato “dai un ceffone a quel ladruncolo appena arrestato” perché venga considerato un “istigatore”?) o l’aver procurato “sofferenze psichiche” alla persona affidata all’autorità giudiziaria (anche un interrogatorio più lungo del previsto potrà essere considerato causa di “sofferenza psichica” per l’arrestato e dunque tortura?). A ben vedere, è solo un modo per togliere ulteriore potere a chi dovrebbe tutelare la nostra sicurezza e tutelare piuttosto il reo, ormai titolare di maggiori diritti sia rispetto alla vittima che al poliziotto.

A ciò si aggiungono le condizioni drammatiche in cui sono costrette a operare quotidianamente le forze dell’ordine. Come ha fatto recentemente sapere il Sap, il Sindacato autonomo di Polizia, spesso agli agenti mancano le vetture, le divise di ordinanza sono vecchie, i giubbotti antiproiettile  inadeguati e scarseggiano pure i proiettili. In queste condizioni come è possibile, mi chiedo, fare bene il proprio mestiere e difendere il cittadino? Ci sono serie carenze di organico: le recenti 3.000 assunzioni promesse da Renzi non bastano, perché ci vuole un radicale ricambio generazionale che permetta agli agenti in età pensionabile di lasciare il lavoro e di dare alle giovani leve spazio e possibilità di carriera. Altro che le misure spot degli 80 euro in più ogni mese alle forze dell’ordine, di cui si vanta il nostro premier. Occorrono interventi drastici e un cambio di mentalità che investa sulla sicurezza, anziché tagliarla, quasi fosse un capitolo di spesa inutile…

La discussione adesso in corso sulla legge per la legittima difesa sembra ancora una volta orientata a un compromesso al ribasso: la vittima di furto in casa o nell’esercizio commerciale potrà sparare al malvivente solo se ha subito già furti, solo se ci sono minori all’interno del luogo dove si consuma il reato, solo se il malvivente ha chiare intenzioni di offendere… Una serie di “se” e di “ma” che limitano il vero e unico diritto di chi viene derubato: difendere se stesso, i propri cari, i propri beni e la propria abitazione dai malintenzionati, a prescindere da quanti siano i ladri, da quali siano i loro scopi e dal fatto che siano al loro primo o al loro centesimo furto. No, ci vorrebbe una legge che stabilisca che la difesa è sempre legittima e sempre proporzionata al furto subito. E che non garantisca mai più risarcimenti ai ladri anziché alla vittima, come è capitato nel caso del povero Ermes Mattielli. Voglio uno Stato che difenda gli Ermes e i poliziotti, le persone oneste e le guardie, non i ladri. Voglio uno Stato che reprima il crimine anziché incoraggiarlo. Voglio uno Stato che faccia il suo mestiere: garantire come priorità assoluta la sicurezza dei suoi cittadini. Ma forse, e lo dico amareggiato, l’Italia di oggi non è questo Stato. Andrea Pasini 

 

Views: 40