TREZZANO S/N – All’indomani dallo sfumare del sogno di partecipare al Mondiale, chiediamo all’imprenditore trezzanese Andrea Pasini cosa pensa della nazionale di calcio italiana.

 

“”Il risultato è casuale, la prestazione no”, Zdeněk Zeman, detto Sdengo ed il creatore di Zemanlandia parco giochi della pelota che riporta alla mente la nostra infanzia pallonara nella sua essenza di boemo pronunciò il perfetto epitaffio per il calcio italiano targato 2017. Ho già negli occhi i vostri pensieri. Ma come aumenta l’età pensionabile, non c’è lavoro, i giovani non hanno un avvenire e tu Andrea perdi tempo dietro a 11 miliardari in pantaloncini? Bene, questi miliardari sono la rappresentazione plastica dell’Italia. Senza nazione non c’è nazionale e la Svezia, maledetto sia l’Ikea, lo ha sancito per almeno tre anni, tanto ci separa dai prossimi europei. Tanto ci separa dallo stadio di Wembley nel 2020. Un crollo epocale, partito proprio all’indomani della finale di Berlino del 9 luglio 2006. Un incedere arrivato fino a San Siro, dove si salva solo il pubblico, solo gli italiani che quando tutto è perduto, a otto minuti dalla fine dell’incontro, intonano l’Inno di Mameli. Il popolo non ha perso, i sentimenti restano in piedi tra le rovine. Del resto, come disse Arrigo Sacchi: “Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”, e non possiamo immaginare un’estate a sfera senza il tricolore che duella per la Coppa del Mondo. Un sogno rovinato ai settenni e agli ottenni di questo tempo”.

 

Come ha vissuto la “sconfitta” della nostra nazionale?

“”Mi viene da piangere. Perché sento l’abitudine di un affetto che si smembra ancora di più. Si allontana da me, ancora una volta. E mi sento come se dovessi partire, come gli esuli dell’Istria, a non guardare il terreno camminando in avanti, col rischio di inciampare, per guardare un’ultima volta ancora casa loro. Dove tutto ha avuto inizio. Mi sento costretto, mai per mia volontà, a staccarmi ancora un pezzo dall’Italia, in ogni piccolo, grande evento della modernità. La stanno radendo al suolo per farci un grande centro commerciale. E mi sento solo, razza in estinzione, coglione con la bandiera in mano. Se si vuole amare questo posto, si deve essere pronti a sentirsi dire ogni cosa”. Proprio su uno di questi blog, dal titolo Contraerea, è uscito alcuni giorni fa un articolo a firma Emanuele Ricucci. Il vessillo tra le mani, la volontà di non cedere eppure tutto è finito nelle lacrime di Gianluigi Buffon. “Abbiamo fallito un qualcosa che anche a livello sociale, poteva essere veramente importante”. Dal mondo dorato del cuoio deve arrivare la riscossa per invertire la rotta, lo sport è fondamentale per dare una spina dorsale solida al futuro dell’Italia. Quando scopriamo che nelle scuole un bambino su tre non è in grado di fare una capriola, dobbiamo indignarci. L’attività fisica è fondamentale per forgiare la nazione, ed il fallimento degli azzurri rappresenta il fallimento di ognuno di noi”.

 

Cosa ne pensa dello sport italiano?

“”L’Italia è fuori dal Mondiale e la cosa non sarebbe un dramma se ci fosse la certezza che dalle ceneri il Palazzo avesse la voglia e la dignità per ricostruire. Come hanno fatto il Belgio verso la fine degli anni ’80 e la potente Germania dopo le delusioni del Mondiale ’98 in Francia. Investimenti, progetti mirati, difesa del prodotto finale che è la Nazionale. Invece temiamo che da adesso in avanti la maggior parte del tempo si consumerà dentro a sotterranee guerre di Palazzo alla conquista e alla conservazione del Potere”. Paolo Bargiggia, sulle colonne de Il Primato Nazionale, la tocca piano. Preferiamo ferirci fino a cadere piuttosto che affrontare la situazione. Prendere il toro per le corna è contro il democristiano che affastella l’inedia tricolore. Giovanni Malagò, presidente del CONI, ha dichiarato che se fosse nei panni di Carlo Tavecchio si dimetterebbe. Quando poi basta andare a vedere in che condizione versa, in generale, lo sport italiano per mettersi le mani nei capelli. Dall’atletica alla pallacanestro passando per decine di altre discipline la situazione è allarmante, da decenni. Mancano gli uomini, mancano le strutture, mancano le programmazioni. In sostanza tutto è lasciato al caso e alla predisposizione dei pochi. Ma così il talento si disperde nel nulla, passa tra le dita senza un filtro. Ed allora non resta che rifugiarci nelle parole di Jorge Luis Borges, restando infanti per sempre: “Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio””.

 

Cosa fare secondo lei per far “ripartire” il Paese?

 

“Trovare un capro espiatorio in queste occasione è facile, ma anche l’unica cosa da fare per ripartire. Gian Piero Ventura pagherà per tutti, il condottiero affonderà con tutta la nave pur senza prendersi le sue responsabilità. Ma in un’Italia governata dai Gentiloni, dai Renzi, dalle Raggi e compagnia cantante non c’è da sorprendersi. Il vero dramma è la mancanza di rabbia, di cattiveria e del sacro sentimento di riscatto. Molli al traguardo quando serve il coltello tra i denti, dote innata del popolo italico. Una resa sotto tutti i punti di vista, mentre Gianluigi Buffon, Andrea Barzagli e Daniele De Rossi dicono addio, nel peggiore dei modi, alla casacca azzurra. Non c’è Lorenzo Insigne che tenga, nel crollo dell’armata italiana. Ritorneremo, proprio come deve fare questo Stato, una volta non molti anni fa – quinta potenza economica mondiale e insegnate di civiltà per la galassia intera. Un pallone sgonfio, ma pieno di rivalsa deve essere questo stivale, pronto a calciare, in orbita, le delusioni di una crisi che colpisce tutto e tutti con una disarmante soluzione di continuità. “La vendetta non è mai una strada dritta. È una foresta. E in una foresta è facile smarrirsi. Non sai dove sei, né da dove sei partito”. Il guerriero e condottiero giapponese, Hattori Hanzō, indica la via della rivalsa. Perdersi un istante, così come la gloria. Ci chiamiamo Italia e tornare sulla cresta dell’onda è la nostra, nuova ed imperitura, missione. Allontanando chi vuole trasferire lo Ius Soli nello sport, perché per ritornare, dove ci compete, abbiamo bisogno della nostra identità”.